Il cabaret come impresa culturale.
Una timeline del cabaret italiano ed europeo in dieci tappe: dalla rivoluzione del caffè e dal Chat Noir di Montmartre allo snodo milanese degli anni Sessanta, fino alla «morte» del cabaret e alla comicità di oggi.
Punti di svista
L'età dell'errore e la rivoluzione del caffè
Prima di raccontare la storia del cabaret occorre sgombrare il campo da un equivoco: cabaret non è sinonimo di comicità. Il cabaret nasce come «format», cioè come modo di organizzare in uno stesso luogo linguaggi diversi — pittura, poesia, canzone, satira grafica, sperimentazione verbale e musicale — tra i quali, in origine, i comici non figuravano affatto. Il primo cabaret artistique, Le Chat Noir, non fu un genere di spettacolo comico ma un salone d'avanguardia. È questa «rivoluzione semantica» il punto di partenza necessario per capire tutto il resto.
Le leggende del caffè
Le origini del caffè si perdono tra tradizioni orali e leggende: il pastore etiope Kaldi che osserva le sue capre agitarsi; lo sceicco Omar, esiliato nel deserto di Ousab verso il 1258. Su base più solida, nel 1454 il muftì di Aden ne approva l'uso tra i dervisci per le veglie notturne, e nel 1510 il caffè raggiunge Il Cairo: farmaco, poi rito religioso, infine consuetudine profana nelle prime «case del caffè» (kaveh kanes) della Mecca.
Proibizioni e riabilitazioni
Selim I, conquistato il Cairo nel 1517, porta il caffè a Costantinopoli. Divieti, roghi di scorte e persecuzioni si alternano a riabilitazioni pubbliche. Nel 1554, sotto Solimano il Magnifico, apre nel quartiere di Taktacalah il primo vero esercizio pubblico strutturato: le kaveh kanes diventano «scuole dei sapienti», luoghi di dibattito che azzerano le distinzioni di rango.
L'approdo in Europa
Il caffè è documentato a Venezia nel 1575, ma la prima bottega in Piazza San Marco apre solo nel 1683. A Londra, tra il 1652 e il 1654, l'armeno Pasqua Rosée apre la prima coffee-house documentata: nasce quello che Ray Oldenburg definirà un «terzo luogo», le «Penny Universities». A Parigi, nel 1686, apre il Café Procope, futuro crocevia dell'Illuminismo.
Dal caffè al café-concert
Lungo i boulevard, dopo il 1830, semplici pedane di legno ospitano cantanti di strada; nel 1848 diventano padiglioni stabili. L'incendio dell'Opéra-Comique nel 1887 trasforma i café-concert in sale stabili come l'Eldorado, l'Alcazar, il Bataclan: un vero business dell'intrattenimento. La reazione di un pugno di artisti a questa deriva commerciale genera, a Montmartre, il cabaret letterario.
Gli Hydropathes
Prima di Montmartre, la Rive Gauche: nel 1878 Émile Goudeau fonda il Club des Hydropathes al Café de la Rive-Gauche, portando la declamazione fuori dai salotti e pubblicando il periodico L'Hydropathe (tra le voci, la rara presenza femminile di Maria Krysinska). Sarà questo circolo a trasferirsi in blocco sulla Butte Montmartre nel 1881, con sé il seme del cabaret artistique.
Questione di carattere
Varietà e Cabaret: differenze e affinità
Varietà e cabaret nascono da radici vicine ma restano, nello spirito, due cose diverse: il primo — più antico di circa centocinquant'anni — punta all'intrattenimento puro; il secondo nasce come reazione critica proprio a quella deriva, per restituire alla canzone e alla parola una funzione di satira sociale e ricerca estetica. Comprendere questa differenza di «carattere» — non di superficie ma di intenzione — è la chiave per sciogliere, più avanti, il «falso dilemma» tra cabaret milanese e varietà romano.
Due destini dallo stesso ceppo
Il café-chantant e il café-concert restano fedeli al proprio modello di ricavo (ingresso libero, consumazione obbligatoria, repertorio popolare); il cabaret artistique che nasce con Le Chat Noir rovescia i termini: la performance non è più il richiamo per vendere da bere, ma il fine stesso dell'esperienza.
Una distinzione che si ripropone nel dopoguerra
La stessa tensione si ripresenterà, decenni dopo, nel confronto tra la «formula pura» del cabaret milanese e la scena romana, qualificata esplicitamente come varietà e avanspettacolo (Il Bagaglino, 1965): non una variante regionale dello stesso genere, ma un fenomeno di natura diversa.
Capitani coraggiosi
Genesi del cabaret: Le Chat Noir
Il cabaret ha una data di nascita precisa. Non fu un'invenzione dal nulla, ma l'atto di coraggio di proporre un'alternativa al café-chantant dominante, in un momento in cui quel modello sembrava insuperabile.
Rodolphe Salis apre Le Chat Noir
Un pittore dalle ambizioni frustrate ma dotato di straordinario fiuto imprenditoriale, Rodolphe Salis, trasforma un ex ufficio postale in un cenacolo per gli amici, poi in un locale pubblico. Introduce un pianoforte — lusso inedito per la periferia — e riserva la sala interna, l'«Institut», ai soli artisti. È qui che approdano gli Hydropathes di Goudeau.
Il teatro d'ombre di Henri Rivière
Da un modesto gioco di silhouette nasce un vero teatro d'ombre: figure di zinco a diverse distanze da uno schermo, illuminate da una fiamma all'ossidrogeno, con un'illusione di profondità quasi cinematografica. Spettacoli come L'Épopée di Caran d'Ache richiedevano fino a venti assistenti in scena; alcune musiche furono scritte da Erik Satie.
Il trasloco e la consacrazione
A mezzanotte, un corteo carnascialesco guidato da Salis in abito da prefetto attraversa Montmartre al canto di Aristide Bruant. Da locale bohémien, Le Chat Noir diventa impresa multifunzionale: sala da centocinquanta posti, ristorante di lusso, rivista bisettimanale (1882–1895, circa ventimila copie), merchandising (L'Album du Chat noir). Bruant, in disaccordo con la svolta commerciale, apre poco distante Le Mirliton.
La cartellonistica come marchio
Nel dicembre 1891 Toulouse-Lautrec firma il manifesto per il Moulin Rouge; tra il 1892 e il 1893 riduce Aristide Bruant a pochi tratti iconici — cappello, sciarpa rossa, bastone — un vero logo vivente. Théophile-Alexandre Steinlen fa lo stesso per Le Chat Noir, culminando nel manifesto per la Tournée du Chat Noir del 1896.
La morte di Salis e la fine di un'epoca
Rodolphe Salis muore nel 1897; il locale viene venduto e ribattezzato La Boîte à Fursy. Un terzo «Chat Noir», aperto nel 1907 da Raymond Lacan, tenta di sfruttarne il nome: la storiografia lo considera una vera e propria usurpazione, priva dello spirito originario.
Contagio
Esodo del cabaret in Europa
Il modello del Chat Noir non restò confinato a Parigi: si diffuse come un'epidemia culturale, assorbito e reinterpretato da ogni capitale secondo le proprie tensioni identitarie.
Oltre lo Chat Noir
Aristide Bruant apre Le Mirliton, fondando la chanson canaille sulla miseria urbana; nel dicembre 1893 nasce Le Quat'z Arts; Le Lapin Agile (già Cabaret des Assassins), rilevato nel 1903 dall'oste Frédé, diventa il rifugio di Picasso — che vi dipinge Al Lapin Agile nel 1905 — e di Apollinaire.
Els Quatre Gats
Miquel Utrillo, Santiago Rusiñol e Ramon Casas importano il modello parigino nella Casa Martí di Puig i Cadafalch. Nel febbraio 1900 vi tiene la sua prima mostra personale un giovanissimo Pablo Picasso. Il locale chiude nel luglio 1903.
Il cabaret polacco: Zielony Balonik
Jan August Kisielewski apre il «Palloncino Verde» nella pasticceria Jama Michalikowa. Seguiranno, tra le due guerre, Qui pro Quo a Varsavia; nel 1956 la Piwnica pod Baranami di Piotr Skrzynecki, isola di libertà sotto il regime; negli anni '60–'70 il Kabaret Starszych Panów e cabaret studenteschi come Pod Egidą di Jan Pietrzak.
Il cabaret russo
Nikita Baliev apre a Mosca la Letuchaya Mysh (Il Pipistrello); a San Pietroburgo il Krivoe Zerkalo e, dal 1911, il Brodyachaya Sobaka (Il Cane Randagio) di Boris Pronin ospitano Achmatova, Mandel'štam, Majakovskij — e, nel 1914, un Marinetti in visita. La Rivoluzione del 1917 travolgerà quest'epoca e spingerà molti all'esilio.
Cabaret Voltaire
Hugo Ball ed Emmy Hennings aprono, nella «Meierei», il locale che diventerà la culla del Dada, richiamando esuli come Tristan Tzara, Marcel Janco, Richard Huelsenbeck e Hans Arp. Chiude già nel luglio 1916, ma il seme dadaista è germogliato. Negli anni '30 la Svizzera ospiterà anche cabaret antifascisti come la Pfeffermühle di Erika Mann (1933) e il Cornichon (1934).
Il cabaret tedesco e viennese
Ernst von Wolzogen apre il Buntes Theater (Überbrettl) a Berlino; a Monaco nascono i Die Elf Scharfrichter, con Frank Wedekind; a Vienna la Fledermaus (1907). Nella Repubblica di Weimar il cabaret diventa specchio della crisi (Tucholsky, Mehring), prima di essere soffocato dal nazismo: nel 1937 un decreto di Goebbels lo riduce a varietà acrobatico; molti artisti ebrei, come Kurt Gerron, moriranno nei campi di sterminio.
Sciantose e macchiette
L'epopea del Varietà in Italia
Mentre in Francia il cabaret si consolidava come reazione critica, l'Italia — appena unificata, ancora segnata da un alto tasso di analfabetismo — sviluppò con ritardo un fenomeno analogo, imboccando invece con slancio la strada del caffè concerto e del varietà.
Il Salone Margherita
I fratelli Marino inaugurano il primo grande caffè concerto italiano, tempio della mondanità e della canzone napoletana. Nicola Maldacea inventa la «macchietta», caricatura satirico-sociale. A Milano aprono l'Eden (1892) e l'Olympia (1899): la città si consacra «terza piazza» nazionale.
Fregoli e il trasformismo
Leopoldo Fregoli porta a compimento un'arte fondata su velocità e sorpresa, anticipando il dinamismo che diventerà cifra delle avanguardie novecentesche.
Dal caffè concerto al tabarin
Il trauma della Grande Guerra genera un bisogno di evasione decadente: nasce il tabarin, con piste da ballo e un pubblico non più solo spettatore. Anna Fougez (Vipera, 1919; La violetera, 1920) e Gino Franzi, divo malinconico in frac blu notte, incarnano questa stagione. La canzone Addio Tabarin (1922) ne segna simbolicamente la fine.
Il cinema sonoro e la crisi del varietà
Con l'avvento del sonoro (1927) il cinema diventa concorrente spietato, drenando pubblico e talenti (emblematico il caso di Totò). Il regime incentiva la conversione delle sale in cinematografi, costringendo il teatro di varietà a biforcarsi in «rivista» (le compagnie più ricche) e «avanspettacolo» (le formazioni minori).
Petrolini e il Minculpop
Il Ministero della Cultura Popolare vigila su ogni ambiguità: chiude nel 1926 la testata satirica «Il Becco Giallo» e vieta nel 1929 la canzonetta Adagio… Biagio. Ettore Petrolini, ricevendo una medaglia dal Duce a Palazzo Venezia nel 1923, commenta ironicamente «Me ne fregio»: un lampo di autonomia dentro un sistema di controllo capillare.
Il cabaret che non ci fu
L'occasione perduta del Futurismo
Perché il modello del Chat Noir, già trionfante a Parigi dal 1890, non attecchì subito in Italia? La tesi individua nel Futurismo l'occasione mancata: tutti gli «ingredienti» per un cabaret artistique italiano c'erano — ma nessuno seppe «preparare la torta». Nessun Rodolphe Salis nostrano seppe dare stabilità istituzionale a un fermento che restò, per lo più, un lampo isolato.
Il Manifesto del Futurismo
Filippo Tommaso Marinetti pubblica il manifesto di fondazione: non l'esordio di una scuola letteraria, ma una «maniera rivoluzionaria di concepire l'arte», un'«Arte-azione» che anticipa in modo profetico le dinamiche del cabaret europeo.
Le serate futuriste
Nasce la «serata futurista»: un teatro di varietà «geneticamente modificato» in cui il pubblico viene chiamato a partecipare con proiettili vegetali e invettive. Marinetti aveva già teorizzato la «voluttà d'esser fischiati»: la provocazione come strategia. A Firenze, nel dicembre 1913, gli artisti vengono bersagliati con carote e pasta asciutta e restano impassibili — lo scandalo come pubblicità.
Il manifesto «Il Teatro di Varietà»
Marinetti eleva il music-hall e il caffè concerto a unici modelli performativi degni di uno spirito moderno, capaci di alimentarsi di «attualità veloce». Nello stesso anno Luigi Russolo pubblica L'arte dei rumori, introducendo il «Rumorismo» in scena.
La sintesi assoluta
Comprimere in pochi minuti e pochi gesti innumerevoli situazioni, contro la tecnica drammaturgica «che dai Greci in poi ha strangolato la genialità dell'autore», mutuando dal cinema la tecnica del montaggio simultaneo.
Il Cabaret del Diavolo
Gino Gori apre il Cabaret del Diavolo nei locali interrati dell'Hotel Élite: tre sale — Paradiso, Purgatorio, Inferno — con scenografie di Fortunato Depero, e una clientela riunita nella «Brigata degli Indiavolati» presieduta da Trilussa nei panni di Lucifero, con Massimo Bontempelli e Luciano Folgore.
Il Teatro degli Indipendenti
Anton Giulio Bragaglia fonda un «polo d'avanguardia» con scenografie di Virgilio Marchi, ospitando Jarry e Apollinaire e, nel 1929, la prima italiana de L'opera da tre soldi di Brecht. Entrambe le esperienze restano però lampi isolati: la dittatura fascista rimanda al secondo dopoguerra la vera consacrazione del cabaret in Italia.
Resurrezione e rivolta
Il secondo dopoguerra e gli anni '50
La fine della guerra apre in Italia una stagione di rinnovamento alimentata da tre correnti distinte: la tradizione autoctona del varietà, l'influenza francese e quella americana. È dal loro incrocio, sulla scena milanese, che nasce finalmente il cabaret italiano.
Sanremo e la commedia musicale
Nel 1951 nasce il Festival di Sanremo; sul piano teatrale si afferma la commedia musicale di Garinei e Giovannini (debutto nel 1943 con Cantachiaro), che porta in scena Totò, Macario, Walter Chiari, Delia Scala, il Quartetto Cetra e Domenico Modugno: un intrattenimento brillante ma sostanzialmente disimpegnato.
Dai chansonnier all'esistenzialismo
Jean Cocteau apre nel 1922 Le Bœuf sur le Toit; sulla Rive Gauche, tra il Tabou e il Club Saint-Germain, la tromba di Boris Vian e la voce di Juliette Gréco accompagnano la filosofia di Sartre. Nel 1952 debutta Georges Brassens, l'anno dopo Jacques Brel, nel 1954 Vian firma Le déserteur: è l'humus che ispirerà i protagonisti del cabaret milanese.
Dal vaudeville allo stand-up
Dal burlesque e dal Minstrel Show ottocenteschi nasce il vaudeville, palestra di Chaplin, Keaton, Laurel & Hardy, i Fratelli Marx; nel dopoguerra, dalle coffee house di San Francisco e del Greenwich Village, emerge lo stand-up comedian — Lenny Bruce, Mort Sahl, Dick Gregory — alimentato dalla beat generation di Kerouac e Ginsberg.
Il Teatro dei Gobbi
Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli e Luciano Salce, cui si aggrega Franca Valeri, debuttano con Carnet de notes: niente sfarzo, solo un paravento e testi che irridono l'ipocrisia borghese. Regia di Luciano Mondolfo, musiche di Fiorenzo Carpi e Franco Nebbia. Il gruppo si scioglie nel 1955, ma la sua «rivista da camera» prefigura le future strutture del cabaret milanese.
Fo, Parenti e Durano
Il dito nell'occhio (1953) e I sani da legare (1954), con la composizione mimica di Jacques Lecoq e le musiche di Vittorio Paltrinieri, impongono un teatro «minimo» ma densissimo, epurato da sfarzi e corpi di ballo. Il sodalizio cessa nel 1955, ma il suo magistero resta indelebile: nel 1973 il «recupero» di Fo e Parenti sarà salutato come un atteso «boom».
La Borsa di Arlecchino
Aldo Trionfo trasforma un seminterrato in crocevia intellettuale: qui debutta in Italia Finale di partita di Beckett (1959); qui si esibisce Paolo Poli; qui, nel febbraio 1961, un giovanissimo Fabrizio De André fa da controcanto a Marzia Ubaldi traducendo i chansonnier francesi. Nel 1964 una tavola rotonda ne critica l'eccessiva intellettualizzazione.
Cantacronache e Nuovo Canzoniere Italiano
Liberovici, Straniero, Jona, Amodei e Galante Garrone fondano Cantacronache (1957–58), primo laboratorio italiano di canzone d'impegno civile, con Calvino, Fortini, Rodari ed Eco. Nel 1962 Roberto Leydi e Gianni Bosio fondano a Milano il Nuovo Canzoniere Italiano (da cui l'Istituto Ernesto de Martino, i Dischi del Sole e lo spettacolo Bella ciao, Spoleto 1964). È in questo milieu milanese che maturano Jannacci, Fo e Gaber.
Il cabaret a Milano
Gli anni '60 e la dead line del 1968
Milano — non «il cabaret milanese» ma il «cabaret a Milano», fenomeno nazionale fatto da artisti arrivati da tutta la penisola — diventa negli anni Sessanta l'epicentro assoluto del genere in Italia. Protagonisti: la triade Intra-Nebbia-Mantegazza.
Il Santa Tecla
Nato come music club sotterraneo votato al jazz, è il «brodo primordiale» da cui tutto origina: vi si formano Franco Cerri, Gorni Kramer, Enrico Intra, e vi debuttano Gaber, Jannacci, Maria Monti, Tenco. Qui avviene l'incontro tra Intra e i coniugi Bongiovanni, titolari del whisky a go-go dell'Hotel Derby: la genesi del futuro Intra's Derby Club.
La Muffola
Tinin e Velia Mantegazza aprono una galleria d'arte che ibrida l'esposizione con il piccolo palcoscenico: qui debuttano Cochi e Renato (allora in trio con Roberto Marni), qui Paolo Poli fa le sue prove generali. Chiude nel 1962, ma la sua eredità confluisce nel neonato Intra's Derby Club.
Intra's Derby Club
Gianni Bongiovanni converte il ristorante Gi-Go (1959) in locale musicale, ribattezzato nel 1962 in onore del direttore artistico Enrico Intra: nasce la formula «jazz e parola». Curatela estetica di Bruno Munari e Achille Castiglioni. Nel 1965 Intra lascia il Derby; la direzione passa a Enzo Jannacci, che vi ricompone il Gruppo Motore — Cochi e Renato, Bruno Lauzi, Lino Toffolo, Felice Andreasi, con Umberto Bindi — inaugurato da Il motore (1967). Saltimbanchi si muore (9 ottobre 1969) segna il passaggio dalla «formula pura» allo spettacolo d'arte varia.
Nebbia Club
Franco Nebbia, musicista romano, apre il primo cabaret italiano «puro» in un vecchio «trani», con decorazioni Liberty di Herbert Pagani. La compagnia stabile As.Cab.It. (Massimo Castri, Maresa Meneghini, Roberto Vezzosi, Alfreda Zanenga) porta in scena testi di Umberto Eco, Enrico Vaime, Sandro Bajini, Franco Loi. Chiude nel 1968 per l'abbattimento del palazzo.
Il Lanternin e i Gufi
Nanni Svampa, Roberto Brivio, Lino Patruno e Gianni Magni scelgono l'ex jazz club Tour d'Hassan come sede: abito nero e bombetta come divisa di una goliardia colta, definiti in seguito i «Beatles del cabaret italiano». Si sciolgono nel 1969 dopo la defezione di Magni.
Cab 64
Tinin e Velia Mantegazza istituzionalizzano, nel retro de «Il mio bar», l'eredità della Muffola: debutto con Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Jacqueline Perrotin, Gino Negri; tra il pubblico, Dino Buzzati e Salvatore Quasimodo. Nel 1965 l'intero collettivo trasloca al Derby per iniziativa di Jannacci; il locale chiude nel 1968 per censura e scarsa redditività.
La Cassina di Pomm
Citata dallo stesso Archivio tra i locali della stagione milanese. Fonte esterna: nell'antica cascina, un'ex cantina nel cortile ospitò negli anni '60 le esibizioni comiche del cabarettista e musicista Gigi Negri, coadiuvato dall'oste Raffaele Marzorati nei panni di prestigiatore.
Il Bagaglino e il falso dilemma Milano-Roma
A Roma, negli anni Settanta, non si sviluppò mai un vero cabaret, ma una forma diversa — riconducibile al varietà e all'avanspettacolo — di cui Il Bagaglino (1965) è l'esempio più noto, definito dai suoi protagonisti «anarchia di destra». Parlare di «cabaret romano» è quindi improprio: non due varianti dello stesso genere, ma due tradizioni geneticamente divergenti.
L'economia dei locali milanesi
Nati quasi sempre per riconversione di ristoranti o gallerie, operavano su un ricavo indiretto — lo spettacolo come richiamo, il margine reale sulla somministrazione — con compensi minimi (tremilacinquecento lire a serata al Cab 64, condizionate a un minimo di dieci spettatori) e più repliche serali. Un modello vitale ma fragile, esposto alla sostituzione tecnologica della TV commerciale: il «morbo dei costi» teorizzato da Baumol e Bowen per le arti dal vivo.
L'avvento dell'età dell'errore
Il caos post '68. Gli anni '70
Gli anni Settanta sono il decennio delle due anime contrapposte: da un lato l'apice dell'impegno civile del teatro-canzone, dall'altro i primi, inequivocabili segnali della mutazione che ridurrà il cabaret a sinonimo di comicità.
Il teatro canzone: Fo, Gaber, Jannacci
Recependo la rivolta studentesca e operaia del 1969, Fo, Gaber e Jannacci trasferiscono lo spirito del cabaret verso la dimensione monumentale del teatro di narrazione politicizzato: è il sodalizio Gaber-Luporini (Il signor G) il vertice di una satira che rifugge la risata fine a sé stessa per farsi indagine esistenziale.
La diaspora dei Gufi e il Refettorio
Lo scioglimento dei Gufi (1969) e la nascita del Refettorio di Roberto Brivio (1970) tentano di recuperare la «formula pura». Ma già nel 1975 Tinin Mantegazza denuncia la «morte del cabaret» come forma di resistenza intellettuale; nel 1976 Jannacci e Beppe Viola tentano un'ultima iniezione surreale col «Gruppo Repellente».
«Novità grosse nel cabaret milanese»
L'articolo di Nino Petrone racconta un Derby ancora capace di far ridere e riflettere, con Gianni Magni, Enzo Robutti, Gianfranco Funari — ma già orientato, sotto la gestione di Gianni Bongiovanni, verso una comicità più leggera e commerciale.
«La grinta non c'è più: è diventato domestico»
Un articolo di Marco Mascardi denuncia con anticipo — già a metà anni Sessanta — che il cabaret sta «galleggiando sull'equivoco», perdendo la propria missione satirica: il primo sintomo, con dieci anni di anticipo, di quella che la tesi chiama l'equazione errata «cabaret = comicità».
Non Stop
Fonte esterna: Non Stop - Ballata senza manovratore va in onda su Rai 1 dal 1977 al 1979, ideato da Pippo Baudo con Giancarlo Magalli e il critico Mario Pogliotti. Senza un conduttore fisso, lancia Marco Messeri, Carlo Verdone, Massimo Troisi, La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli, Zuzzurro e Gaspare — molti provenienti dai teatrini off nati dalla diaspora del cabaret.
Noi, figli dell'età dell'errore
Dagli anni '80 a oggi
Il decennio che chiude la parabola: la televisione commerciale completa l'opera di riduzione del cabaret a comicità, ma proprio a Milano nascono gli «anticorpi» — prima di essere anch'essi, infine, assorbiti dal sistema che dicono di contestare.
Nasce lo Zelig
Gino Vignali, Michele Mozzati e Giancarlo Bozzo aprono un locale da novantadue posti, nato dall'alveo del Teatro dell'Elfo e di Radio Popolare, con una grammatica della risata più vicina alla stand-up americana e all'improvvisazione. Il 12 maggio 1996, per il decimo anniversario, le telecamere registrano lo speciale Zelig: 10 anni di cabaret: il passaggio dallo spazio fisico al «non-luogo» del format televisivo.
La chiusura del Derby Club
Sopraffatto dalla concorrenza della comicità televisiva e delle emittenti private, il Derby chiude i battenti: la fine simbolica dello spazio fisico come luogo del cabaret.
Colorado Cafè
Diego Abatantuono cura un progetto che tenta di recuperare il «cabaret d'ascolto» di matrice jannacciana in una spazialità più autentica dei rigidi studi televisivi — ma la moltiplicazione dei format, da Zelig a Colorado, accelera «l'usura dei repertori artistici», a favore del tormentone e dei cast rotativi.
Cabaret per una notte
Fonte esterna: trasposizione televisiva del Festival di Cabaret di Loano, in onda per tre stagioni in prima serata su Italia 1; lancia Aldo e Giovanni (senza ancora Giacomo Poretti), Elio e le Storie Tese, Natalino Balasso — e lo stesso Flavio Oreglio, autore della scaletta qui sviluppata.
Stand-up comedy: una falsa novità
Oreglio confuta due luoghi comuni: che la stand-up sia un genere autonomo dal cabaret e che sia una novità recente. Già nel 1963 la rivista Sipario dedicava un servizio a Lenny Bruce; e fu lo stesso Zelig, dal 1986, a parlare per primo di «stand-up comedy» in Italia — non a caso Paolo Rossi fu soprannominato «il Lenny Bruce dei Navigli». Lo stand-up comedian è il monologhista del cabaret nella sua forma più moderna: si ride per raccontare, non si racconta per ridere.
Il cabaret è morto nel '68
L'identificazione fra cabaret e comicità, consolidatasi dagli anni Settanta, è uno slittamento semantico privo di fondamento storico. Il cabaret va «cristallizzato» come fatto storico concluso; lo spirito che lo animò — opposizione, sperimentazione, libertà espressiva — è più antico del cabaret e gli sopravvive in forme nuove. Da qui la proposta di Oreglio, la «Comedy Revolution»: restituire ogni fenomeno al proprio nome.