
Santa Tecla
Locale da ballo dedicato al jazz, punto d'incontro di musicisti e poeti del dopoguerra: il «brodo primordiale» da cui emergerà il cabaret. Vi esordiscono Gaber, Tenco, Jannacci, Celentano, Tony Dallara.
Il cabaret nacque a Milano ma non fu un fenomeno «milanese»: i protagonisti arrivarono da tutta Italia. Questa è la geografia dei locali — gallerie, scantinati, jazz club — in cui un genere prese forma.
Dopo l'«occasione perduta» degli anni Venti, il cabaret italiano attecchì in pianta stabile nella Milano del secondo dopoguerra, che ne divenne lo snodo nazionale. Tutto si originò nel «mare magnum» del Santa Tecla; poi, dall'Intra's Derby Club e dalla diaspora del 1964, una costellazione di locali diffuse il genere per tutta la città — prima che, negli anni Settanta, il suo spirito «traslocasse» nei teatrini off.
In ordine cronologico, dalle tre esperienze seminali alla stagione milanese e alla sua eredità.

Locale da ballo dedicato al jazz, punto d'incontro di musicisti e poeti del dopoguerra: il «brodo primordiale» da cui emergerà il cabaret. Vi esordiscono Gaber, Tenco, Jannacci, Celentano, Tony Dallara.

Franca Valeri, Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli: nessuna volgarità, niente scene né costumi, solo un paravento e la satira dei testi. «Carnet de notes» trasforma l'intrattenimento nella direzione del cabaret.

Al Piccolo Teatro, «Il dito nell'occhio» e «Sani da legare» sviluppano un linguaggio satirico che scardina «l'immobilismo rivistaiolo» e si contrappone alla satira ufficiale.

Seminterrato di piazza De Ferrari, ritrovo degli intellettuali genovesi. Vi passano Paolo Villaggio, Carmelo Bene, Paolo Poli; nel 1961 esordisce Fabrizio De André.

La «trattoria degli artisti» dove esponevano Manzoni e Fontana e dove due giovanissimi Cochi e Renato — con un imberbe Franco Battiato — intrattenevano i presenti.

Galleria d'arte con propensione al piccolo palcoscenico, ideata da Tinin e Velia Mantegazza: autentico trait d'union fra arte e spettacolo, con Gaber, Maria Monti, Paolo Poli.

Dall'incontro fra Enrico Intra e Gianni Bongiovanni nasce il primo e più famoso cabaret di Milano (e d'Italia): jazz, satira e pura sperimentazione, fino alla diaspora del 1964.

Il primo «Teatro Cabaret» italiano, fondato da Franco Nebbia con una compagnia stabile. Testi politicizzati di Umberto Eco, Enrico Vaime, Primo Levi; ospiti Carmelo Bene e Mariangela Melato.

«I Gufi stanno al cabaret come i Beatles alla musica leggera»: Svampa, Patruno, Brivio, Magni eleggono il Lanternin, presso la Stazione Centrale, a loro sede sperimentale.

Nello scantinato de «Il mio bar», i Mantegazza riuniscono Cochi e Renato, Bruno Lauzi, Lino Toffolo, Gino Negri: è qui che si forma, di fatto, il futuro «Gruppo Motore».

Sotto la direzione artistica di Enzo Jannacci diventa il punto di riferimento del cabaret in Italia e la rampa di lancio televisiva del «Gruppo Motore».

Dopo lo scioglimento dei Gufi, Roberto Brivio tenta di rivitalizzare lo spirito originario del cabaret contro la deriva del «cabaret come comicità».

Tra i tanti locali sorti nel decennio, fu uno dei palchi d'esordio di Beppe Grillo, mentre il vero spirito del cabaret «traslocava» verso i teatrini off.
Ogni locale è stato un laboratorio. Per capire che cosa univa queste esperienze, leggi l'editoriale di Flavio Oreglio.
«Milano e il cabaret»