Voce d'autore A supporto del Centro Studi MusiComedians · Fondato nel 2008 Flavio Oreglio

«Milano e il cabaret».

Un editoriale di Flavio Oreglio. Che cos'è davvero il cabaret, perché non va confuso con la comicità, e come Milano ne divenne — dal secondo dopoguerra — lo snodo nazionale.

L'argomento

Non è questione di far ridere.

Oreglio mette in guardia da un equivoco diffuso: cabaret e comicità non coincidono. Il cabaret è, fin dalle origini parigine del 1881, uno spazio critico e sperimentale — colto e popolare insieme — che con varietà, rivista, burlesque e avanspettacolo «non c'entra assolutamente nulla».

Artisti e pubblico in una galleria milanese

L'editoriale parte da una distinzione netta. «Far ridere» — scrive Oreglio — non significa «fare cabaret», e non è nemmeno prerogativa dei soli comici: Giorgio Gaber era esilarante, eppure apparteneva a un altro mondo artistico. Il cabaret artistique inventato da Rodolphe Salis con Le Chat Noir si contrappose programmaticamente al café-chantant dominante, e da Parigi si diffuse in Europa nella prima metà del Novecento.

In Italia, dopo gli antesignani futuristi degli anni Venti — il Cabaret del Diavolo di Gino Gori, il Teatro degli Indipendenti di Bragaglia — e una lunga «occasione perduta», il genere riemerge negli anni Cinquanta grazie a tre esperienze fondative: il Teatro dei Gobbi a Roma, il trio Fo–Durano–Parenti al Piccolo di Milano, la Borsa di Arlecchino a Genova.

Il cabaret nacque a Milano, ma non fu un fenomeno «milanese»: i protagonisti arrivarono da tutte le parti d'Italia. — Flavio Oreglio

È negli anni Sessanta che il cabaret attecchisce stabilmente a Milano. Dal «mare magnum» del Santa Tecla emerge, quasi per incanto, grazie all'incontro tra il jazzista Enrico Intra e Gianni Bongiovanni: nasce l'Intra's Derby Club (1962). La rottura del 1964 produce una diaspora creativa — Nebbia Club, Cab 64, il Lanternin dei Gufi — che dissemina il genere per la città.

Oreglio rivendica anche una precisazione storica documentata dai materiali d'archivio: il celebre «Gruppo Motore» (Cochi e Renato, Lauzi, Toffolo, Andreasi), poi portato al successo televisivo da Enzo Jannacci al Derby, non nacque al Derby ma si formò al Cab 64 — come conferma la testimonianza di Bruno Lauzi.

Sintesi a cura della redazione del museo a partire dall'editoriale «Milano e il cabaret» di Flavio Oreglio; le citazioni fra virgolette sono dell'autore. Il testo integrale è custodito nell'Archivio.

Dalla voce, ai documenti.

Le esperienze raccontate qui trovano riscontro nei fondi dell'Archivio e nella geografia dei locali.

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